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I discorsi sulla resilienza, a ben vedere, covano un vulnus che, se non facciamo attenzione, può renderli molto poco resilienti. Spesso impugnata come un passe-partout da chi, senza troppo incomodo, voglia accreditarsi fra i più aggiornati strateghi, quest’incolpevole parola patisce un’erosione semantica direttamente proporzionale alla frequenza del suo impiego, che è stato esponenziale negli ultimi mesi. Impegniamoci dunque a bandire ogni automatismo, interrogando tale nozione alla luce del momento in corso, per capire cosa essa ne può rivelare e, insieme, cosa questo riveli di lei.

LE NUOVE DIMENSIONI DELLA RESILIENZA

Qual è, oggi, la resilienza a cui sono chiamate le imprese? È la stessa a cui pensavamo all’inizio dell’anno, divenuta semplicemente più urgente, oppure è entrata – de jure e più ancora de facto – in una dimensione nuova, di cui cogliere articolazioni ulteriori, che fino a poco tempo fa esulavano dal raggio delle nostre attenzioni? Certo, paradigmi come quello dello shared value erano già riusciti a dissodare il terreno, affacciando il mondo del business sulle ragioni sociali della sua stessa esistenza e favorendo l’affermazione di una cultura d’impresa orientata al purpose delle organizzazioni. La pandemia, però, ha fatto qualcosa di più, rivelando una porosità per certi versi inattesa dei sistemi biosocioeconomici, i cui sedicenti comparti si sono rivelati, in realtà, assai più simili a plaghe, che si compenetrano a vicenda in deroga a ogni confine arbitrariamente statuito, e ci introducono a una stagione nella quale la rappresentanza degli interessi in gioco sarà probabilmente chiamata a ripensarsi.