Chef Guida, come è iniziato il suo rapporto con la cucina e come è arrivato ad aprire un ristorante a Milano che ha poi ottenuto due stelle Michelin?
AG: È iniziato grazie alla passione di mia mamma – tra l’altro, una passione forte e presente ancora oggi. Il suo pensiero principale è sempre stato legato alla cucina; soprattutto, era molto attenta alla ricerca del prodotto, che fosse frutta, verdura o pesce. Inizialmente, volevo fare il pasticciere: da piccolo sono rimasto sorpreso dal fatto che con solo pochi ingredienti (uova, farina, latte, zucchero e buccia di limone) si potesse creare la crema pasticcera! Mi era sembrato un prodotto magico, e ho, quindi, pensato che quello era il mondo in cui avrei voluto lavorare. Da quel momento in poi mi sono sempre cimentato in cucina accanto a mia mamma, per poi iscrivermi alle superiori all’Istituto Alberghiero: così è iniziato il mio percorso. Durante la scuola, nel week-end, andavo a lavorare da un pasticciere a Lecce per iniziare a imparare il mestiere.
Come è passato, successivamente, dalla pasticceria alla ristorazione?
AG: Durante il servizio militare mi hanno messo in cucina, e tutti i commilitoni mi dicevano che ero bravo, e che avrei dovuto continuare a fare questo mestiere perché possedevo una sensibilità che si esprimeva nei piatti. Ho iniziato, quindi, il mio percorso culinario: mi sono prima imbarcato su una nave da crociera, dove cucinavo per migliaia di persone, e poi ho fatto esperienza in ristoranti importanti di livello internazionale.
A questo lavoro, poi, avete entrambi unito un profondo impegno sociale. Come è nato e perché?
LL: Antonio ha sempre avuto interesse per il sostegno al terzo settore, poi tredici anni fa è nata nostra figlia Viola, che ha una grave disabilità. Nel momento in cui ci siamo approcciati a questa realtà, ci siamo resi conto delle difficoltà che ci sono, di quanto lavoro c’è da fare e di quanto siano importanti enti e associazioni. Il nostro impegno è iniziato nel 2019 proprio con i primi “pranzi della domenica”, che abbiamo iniziato a fare a sostegno dell’associazione L’Abilità, che si occupa di bambini con disabilità e che da qualche anno seguiva anche nostra figlia.
Come si articola il progetto dei pranzi della domenica “A casa di Antonio”?
AG: “A casa di Antonio” ormai è diventato un concetto bello ed emozionante: un tavolo di dodici persone che spesso non si conoscono tra loro. Si inizia con un benvenuto e uno speech in cui si parla del motivo della raccolta fondi; poi si dà il via alla degustazione vera e propria di sette portate. In diverse occasioni gli ospiti si sono fermati fino a tarda sera, si sono trovati bene, l’atmosfera è molto conviviale. Spesso, stanno con me in cucina, vogliono capire cosa facciamo io e la squadra che mi aiuta. Le persone che non si conoscono diventano amiche e nascono giornate magiche. C’è un bel clima e gli ospiti, sulla base di quello che ci scrivono, trascorrono una giornata indimenticabile.
LL: Diciamo che è un classico pranzo della domenica, i piatti sono serviti in un contesto conviviale, al nostro tavolo di casa, ma con un menu da due stelle Michelin, di alta gastronomia, con il fine ultimo di un importante valore sociale.
Quali sono state le principali difficoltà nell’affrontare un progetto di questo tipo?
AG: Sinceramente, per me, facendo lo chef di mestiere, è stato abbastanza semplice, il timore era più di Luciana che si chiedeva se qualcuno sarebbe effettivamente venuto a mangiare da noi.
LL: Infatti, la mia prima esclamazione è stata “ma chi viene a mangiare a casa nostra di domenica”! Non l’avessi mai detto… abbiamo sempre la lista d’attesa piena. Per quanto riguarda la parte organizzativa, ce ne occupiamo insieme. È un progetto che ha trovato il sostegno di tanti nostri amici, dei suoi fantastici colleghi di lavoro che nel loro giorno di riposo vengono da noi, ci aiutano e sono encomiabili; c’è tanta solidarietà e sostegno. Il ricavato fino allo scorso anno andava all’associazione L’Abilità. Da quest’anno, invece, abbiamo iniziato un nostro progetto, un fondo filantropico che si chiama “I Fiori Rari”: una raccolta fondi per il sostegno nella ricerca sulle mutazioni genetiche rare, in particolare quelle del gene IL1RAPL2.
Ci raccontate cosa vi ha portato alla scelta di istituire il fondo filantropico?
AG: Secondo me la ricerca è la speranza per il futuro, senza ricerca non ci può essere progresso. È importante sostenere la ricerca e parlarne sempre di più, perché questo può evitare dei drammi in tante famiglie. Per me è fondamentale cercare di coinvolgere sempre più persone.
LL: Nel 2020 abbiamo ricevuto la diagnosi sulla condizione di nostra figlia. Sapevamo già si trattasse di una mutazione genetica rara, anche se all’inizio non ne conoscevamo la natura. Nel 2020 siamo, quindi, entrati in un mondo tutto da scoprire. Abbiamo iniziato a fare ricerche: all’inizio ci veniva detto che darle un nome fosse inutile, che non avrebbe cambiato nulla. In realtà ci siamo ostinati a cercare delle risposte e, grazie a un ospite che aveva partecipato ad uno dei nostri pranzi di beneficenza, abbiamo fatto uscire un articolo su Osservatorio Malattie Rare. Dall’uscita dell’articolo ci hanno risposto tantissimi ricercatori da tutto il mondo e abbiamo iniziato a capire meglio nostra figlia. Abbiamo conosciuto così il professor Stefano Berto, che lavora alla Medical University of South Carolina. Lui aveva già iniziato un lavoro sul gene IL1RAPL2, e lo abbiamo contattato nell’autunno 2024, quattro anni dopo aver ricevuto la diagnosi.
AG: All’inizio, sembrava che nostra figlia fosse l’unico caso al mondo, poi sono diventati tre, ora sembra ce ne siano altri.
LL: Più se ne parla più si va alla ricerca di queste mutazioni durante i sequenziamenti. Da quando abbiamo conosciuto il dottor Berto abbiamo deciso di sostenerlo, abbiamo aperto un sito, sia in italiano che in inglese, sperando possa essere un punto di riferimento per altre famiglie che un domani si trovano di fronte a questa mutazione genetica e che, come noi, prima non ne sapevano nulla. Nel sito c’è una parte scientifica che spiega la mutazione, come funziona e il lavoro che il dottor Berto sta portando avanti e che noi stiamo sostenendo.
Sicuramente ci ha molto aiutato l’incontro con la Fondazione Italia per il dono ente filantropico F.I.Do, di cui Allianz Bank è Socio sostenitore, che in brevissimo tempo ci ha fornito del giusto strumento per le nostre raccolte, garantendo lo sgravio fiscale, previsto per legge, a tutti i donatori e semplificando tutti i processi donativi. F.I.Do è uno strumento straordinario e trasparente, un vero garante che si fa carico di tutti gli oneri amministrativi, lasciando a noi donatori solo il bello di donare e decidere dove erogare le risorse raccolte.
Quali sono i vostri programmi futuri a livello filantropico e sociale?
LL: Speriamo che la ricerca del dottor Berto prosegua e porti a una cura che sia volta a migliorare le condizioni di vita dei bambini che, come nostra figlia, hanno questa mutazione genetica che porta a un ritardo cognitivo importante. Quando si fa ricerca scientifica non si sa a cosa si arriva, ma il lavoro va fatto.
AG: È importante lavorare in sinergia, abbiamo messo in contatto la professoressa Chiara Verpelli del CNR di Milano con il dottor Berto e il mio sogno è quello di parlare sempre di più di ricerca, coinvolgendo più persone possibile.