Da ottobre 2024 la fondazione Life on Mind ha raggiunto oltre 1.000 studenti delle scuole secondarie di Legnano con un progetto di prevenzione. C’è qualche risultato visibile?
Il primo risultato di rilievo consiste nel fatto che siamo stati accolti in maniera molto positiva, trovando interesse e stupore. C’è un negazionismo da parte di alcuni genitori che non vogliono rendersi conto che il ragazzo o la ragazza (oggi il 75% dei DCA sono femminili, una volta erano il 90%) soffrono. Spesso banalizzano limitandosi a dire cose come “mangia e non rompere”, ma non è il modo di risolvere il problema. Nella nostra esperienza, abbiamo avuto persone che, dopo aver assistito alle nostre giornate, si sono rese conto di avere il disturbo, così hanno iniziato a parlarne coi genitori o con noi. Questo ha avuto un ritorno diretto. È importante essere aperti al dialogo sul proprio corpo, le emozioni e le fragilità: non è semplice per tutti parlarne apertamente.
Lei ha citato un’iniziativa nuova, un progetto di prevenzione attraverso un programma di formazione e affiancamento per i docenti nelle scuole lombarde. Cosa prevede?
Il progetto di regione Lombardia ci ha permesso di lavorare sia con gli insegnanti, facendo formazione, sia coi genitori, per far sì che possano riconoscere i disturbi precocemente. Vogliamo dare a studenti e genitori strumenti pratici e competenze per riconoscere i sintomi, in modo da attivare immediatamente una procedura per prendersi cura di questi ragazzi. Per tutte le patologie fare prevenzione è sempre un bene, ma in questa è fondamentale poiché se presa precocemente si può evitare che la situazione peggiori. Quello fatto con l’assessore di Regione Lombardia è un programma fondamentale e vorremmo estenderlo in futuro anche ad altre regioni. L’anno scorso siamo stati alla Camera con altre due fondazioni e abbiamo consegnato delle linee guida sui DCA. Il nostro obiettivo è che, nelle scuole, oltre all’educazione civica, vengano dedicate alcune giornate a una sensibilizzazione su questo tema. Il 10% dei giovani, infatti, ne è affetto.
Il tema è molto ampio e occorre una maggiore sensibilità generale. Quali i programmi e obiettivi futuri della Fondazione?
Ciò che vogliamo è creare luoghi dove i giovani possano riscrivere la propria storia e rinascere. Il nostro obiettivo è di continuare a crescere, prima in Lombardia e poi in altre regioni. Vorremmo aprire una clinica ambulatoriale all’anno e, per quanto riguarda la struttura residenziale, prima di tutto vorremmo gestire al meglio quella che stiamo costruendo a Busto Garolfo. In passato, l’abbiamo già fatto con cliniche a Roma e Berlino, non si tratta di qualcosa di completamente nuovo, però vorremmo prima capire quali sono le problematiche più importanti [che si possono presentare] e poi ne apriremo altre. L’obiettivo in tutto quello che facciamo è essere di supporto al SSN, e mai un’alternativa: noi ci integriamo con l’obiettivo di diminuire i tempi delle liste d’attesa (oggi vanno da 6 mesi a 1 anno) ed essere sostenibili per quanto riguarda i costi. Siamo una fondazione “impresa sociale”, una parte delle cure che eroghiamo è pro-bono e un’altra parte a prezzo calmierato. È molto utile che la formazione venga fatta anche all’interno delle aziende, poichè lì troviamo genitori che possono essere sensibilizzati a scoprire questa problematica nei propri figli.