A cura della Redazione

La Fondazione Life on Mind nasce per volontà degli azionisti e dell’amministratore delegato del Gruppo Sapio i quali, in occasione del centenario di costituzione della società, nel 2022, hanno deciso di destinare una parte delle risorse non solo alla celebrazione dei 100 anni, ma anche ad un impegno sociale che fosse sostenibile nel lungo periodo. Il mondo dei Disturbi del Comportamento Alimentare è stato identificato come un ambito in cui poter dare un significativo contributo e, con la costituzione della Fondazione, un sostegno concreto a tutti coloro che si trovano nella condizione di affrontarli. AB REVIEW ne parla con Maurizio Colombo, president di Life on Mind e vicepresidente di SAPIO.

Parliamo innanzitutto della fondazione: Life on Mind nasce per volontà di azionisti e dell’amministratore delegato del gruppo Sapio che, in occasione del centenario di costituzione della società, hanno deciso di destinare una parte delle risorse a un impegno sociale. L’ambito identificato è quello dei disturbi alimentari, per dare sostegno concreto a chi affronta questa malattia. Come siete arrivati a individuare questo tema come obiettivo per la società?

Sapio ha iniziato la sua attività ben 103 anni fa con i gas tecnici, come ossigeno e idrogeno. Io, in particolare, sono a capo della parte Healthcare, fondata nel 1990, che ormai comprende il 54% del nostro gruppo in termini di fatturato. Si parla di servizi sanitari domiciliari, a partire dalla pneumologia, e ha come obiettivo migliorare la qualità di vita dei pazienti e rendere più sostenibile il SSN che tra invecchiamento della popolazione e mancanza di giovani, lo sta diventando sempre meno. In Italia l’aspettativa di vita è molto lunga e il sistema non è più sostenibile. Noi siamo ormai in 8 nazioni a livello di healthcare e seguiamo 220.000 pazienti al loro domicilio. Per noi la sanità non è ambito particolarmente nuovo, per cui quando per i 100 anni abbiamo deciso di intervenire concretamente in qualcosa che ci sopravvivesse abbiamo creato una fondazione  dedicata alla cura delle persone. Abbiamo identificato i disturbi del comportamento alimentare per la scarsa offerta a livello sanitario e perchè interessa principalmente la fascia più giovane della popolazione, vale a dire il nostro futuro.

La fondazione mira a creare una nuova cultura per la cura dei disturbi alimentari. Quali sono le linee di attività?

Grazie alle persone al nostro interno che si occupavano di DCA (ndr. Disturbi del comportamento alimentare) già da diverso tempo, abbiamo capito  la complessità di queste patologie, che necessitano di un approccio multidisciplinare e multifattoriale. Vale a dire un metodo sia clinico sia socio-culturale; ancora oggi, infatti, i DCA non sono molto noti al pubblico, tant’è che quando citiamo i numeri devastanti di questa patologia, 4.000 morti l’anno di cui il 70% minori, l’opinione pubblica rimane sbigottita. Sembra un fenomeno quasi inesistente, in realtà stiamo parlando della seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali.

Riguardo alla nostra attività,  l’abbiamo articolata su tre pilastri:

1) Cultura e società, ossia fare prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole per intercettare precocemente questo disagio giovanile;

2) Sostegno terapeutico multidisciplinare attraverso le nostre cliniche ambulatoriali, a Legnano e Monza, a cui andrà ad aggiungersi una prossima attività per i casi più gravi presso una nuova struttura residenziale;

3) Ricerca e innovazione: vogliamo promuovere una cultura che renda questa patologia nota e non ignorata. Con i figli siamo tutti attenti, da chi frequentano, a se bevono, se assumono sostanze stupefacenti, però i DCA vengono completamente ignorati.

Alle cronache arrivano degli episodi di questa patologia ma, come lei ha sottolineato, i numeri non sono conosciuti dall’opinione pubblica. Dove, secondo lei, si deve attirare e concentrare l’attenzione?

Innanzitutto bisogna fare in modo che questi disturbi vengano intercettati precocemente. Dato che l’età minima del disturbo è passata dai 12 ai 9 anni, uno dei luoghi migliori è all’interno delle scuole. Per rendere efficace l’intervento, gli insegnanti hanno bisogno di formazione e strumenti concreti per comprendere i campanelli d’allarme che evidenziano il disagio giovanile. Parlandone all’interno della  scuola, un ragazzo può capire di soffrire di questi disturbi ed essere aperto ad affrontare un dialogo sul corpo e sulle emozioni. Un compagno di banco può, a sua volta, evidenziare qualche caso. Se un ragazzo beve o si droga, il compagno di banco può aver paura a dirlo perché denuncia un comportamento volontario, mentre far sapere che il compagno soffre di DCA, non essendo qualcosa di volontario, può risultare più facile. L’ambiente dove i giovani vivono è quindi fondamentale ed è importantissimo che famiglie, insegnanti e alunni stessi inizino a sviluppare una sensibilità su questo problema.

Come è organizzata la Fondazione in relazione alle scuole?

Ci siamo strutturati iniziando, ovviamente, dalla formazione, dalla sensibilizzazione e dall’educazione, all’interno di scuole e aziende. Per essere più concreti nella parte di cura abbiamo due realtà ambulatoriali, a Legnano e Monza, dove ci sono equipe multidisciplinari, dato che sono necessarie diverse specialità, dal nutrizionista allo psicoterapeuta allo psicologo, i quali prendono in carico non solo il paziente ma tutta la famiglia. Bisogna assolutamente sensibilizzare tutte le persone intorno, così che si eviti di esprimersi in modo sbagliato, magari in totale buona fede. Va curata tutta la comunità intorno al minore e non solo il minore. Per minori che si trovino in una fase già avanzata del disturbo, stiamo costruendo una realtà residenziale con 20 posti letto. Purtroppo l’Italia oggi presenta una carenza di strutture: in Lombardia ci sono solo 200 posti letto per i DCA, e molti sono interni a reparti ospedalieri, non costruiti per questa finalità. Dato che il tempo di permanenza medio è molto lungo, circa 18 mesi, tenere una persona in un reparto ospedaliero per così tanto tempo non è la soluzione migliore. I giovani devono avere anche piacere di risiedere in una stuttura e devono farlo di loro iniziativa, sennò se ne vanno. 

Da ottobre 2024 la fondazione Life on Mind ha raggiunto oltre 1.000 studenti delle scuole secondarie di Legnano con un progetto di prevenzione. C’è qualche risultato visibile?

Il primo risultato di rilievo consiste nel fatto che siamo stati accolti in maniera molto positiva, trovando interesse e stupore. C’è un negazionismo da parte di alcuni genitori che non vogliono rendersi conto che il ragazzo o la ragazza (oggi il 75% dei DCA sono femminili, una volta erano il 90%) soffrono. Spesso banalizzano limitandosi a dire cose come “mangia e non rompere”, ma non è il modo di risolvere il problema. Nella nostra esperienza, abbiamo avuto persone che, dopo aver assistito alle nostre giornate, si sono rese conto di avere il disturbo, così hanno iniziato a parlarne coi genitori o con noi. Questo ha avuto un ritorno diretto. È importante essere aperti al dialogo sul proprio corpo, le emozioni e le fragilità: non è semplice per tutti parlarne apertamente.
 

Lei ha citato un’iniziativa nuova, un progetto di prevenzione attraverso un programma di formazione e affiancamento per i docenti nelle scuole lombarde. Cosa prevede?

Il progetto di regione Lombardia ci ha permesso di lavorare sia con gli insegnanti, facendo formazione, sia coi genitori, per far sì che possano riconoscere i disturbi precocemente. Vogliamo dare a studenti e genitori strumenti pratici e competenze per riconoscere i sintomi, in modo da attivare immediatamente una procedura per prendersi cura di questi ragazzi. Per tutte le patologie fare prevenzione è sempre un bene, ma in questa è fondamentale poiché se presa precocemente si può evitare che la situazione peggiori. Quello fatto con l’assessore di Regione Lombardia è un programma fondamentale e vorremmo estenderlo in futuro anche ad altre regioni. L’anno scorso siamo stati alla Camera con altre due fondazioni e abbiamo consegnato delle linee guida sui DCA. Il nostro obiettivo è che, nelle scuole, oltre all’educazione civica, vengano dedicate alcune giornate a una sensibilizzazione su questo tema. Il 10% dei giovani, infatti, ne è affetto.
 

Il tema è molto ampio e occorre una maggiore sensibilità generale. Quali i programmi e obiettivi futuri della Fondazione?

Ciò che vogliamo è creare luoghi dove i giovani possano riscrivere la propria storia e rinascere. Il nostro obiettivo è di continuare a crescere, prima in Lombardia e poi in altre regioni. Vorremmo aprire una clinica ambulatoriale all’anno e, per quanto riguarda la struttura residenziale, prima di tutto vorremmo gestire al meglio quella che stiamo costruendo a Busto Garolfo. In passato, l’abbiamo già fatto con cliniche a Roma e Berlino, non si tratta di qualcosa di completamente nuovo, però vorremmo prima capire quali sono le problematiche più importanti [che si possono presentare] e poi ne apriremo altre. L’obiettivo in tutto quello che facciamo è essere di supporto al SSN, e mai un’alternativa: noi ci integriamo con l’obiettivo di diminuire i tempi delle liste d’attesa (oggi vanno da 6 mesi a 1 anno) ed essere sostenibili per quanto riguarda i costi. Siamo una fondazione “impresa sociale”, una parte delle cure che eroghiamo è pro-bono e un’altra parte a prezzo calmierato. È molto utile che la formazione venga fatta anche all’interno delle aziende, poichè lì troviamo genitori che possono essere sensibilizzati a scoprire questa problematica nei propri figli.